Nicolas Cage, Eva Mendes e Werner Herzog (foto Kikapress)
di ALBERTO ANILE
«Ma che stupidaggine, questo film». (Veramente la parola non era «stupidaggine», ma ci siamo capiti). Lo spettatore della fila dietro ha appena detto così che
«Il cattivo tenente» comincia a prendere una deriva sempre più eccessiva e grottesca. La platea inizia a ridere, e finisce per applaudire sui titoli di coda.
Per questo film si attendeva a Venezia un duello tra registi. «Il cattivo tenente» di Werner Herzog (interpretato da Nicolas Cage) verte su un poliziotto ossessionato da droga e sesso. Herzog ha detto di non aver mai visto l’omonimo film di Abel Ferrara (con Harvey Keitel). Il quale, arrabbiatissimo, lo ha inequivocabilmente mandato a quel paese. E siccome Herzog dovrà rimanere a Venezia più del previsto (ha in concorso anche un film-sorpresa prodotto da Lynch) e Ferrara è pure atteso in laguna (con un documentario su Napoli), i due rischiano di dirsele in faccia. Ma la zuffa non avrà luogo, Herzog con il suo buffo accento tedesco fa il conciliante: «Spero di vedere al più presto il film di Ferrara e che lui veda il mio, e che possiamo presto incontrarci con una bottiglia di whisky».
La grande attesa al Lido era oggi per l’attore protagonista, Nicolas Cage, un po’ ingrugnato davanti ai giornalisti e dotato di una barbetta mefistofelica che si lega bene al suo personaggio schizzato. Come il dr. House in tv, il suo «Cattivo tenente» soffre di dolori cronici che lo costringono a passare dal Vicodin alle droghe più pesanti. Il plot è quello di un poliziesco tradizionale: in una New Orleans devastata dall’uragano Katrina, il tenente McDonagh cerca di trovare il colpevole di un efferato massacro, e insieme di procurarsi cocaina, di restituire enormi somme di denaro e di tenere buona la fidanzata Eva Mendes, prostituta bellissima e drogata. In questo universo nero, in cui il delirio si materializza sotto forma di iguane e si sventolano continuamente sotto il naso polverine bianche e 44 Magnum, c’è però molto da ridere. Lontano le mille miglia dal Tenente pieno di rimorsi cattolici di Abel Ferrara, il poliziotto di Herzog attraversa una spettrale New Orleans facendosi beffa delle convenzioni, delle regole, della buona educazione e della salute, ma riuscendo comunque a farla franca e a rimettere, a modo suo, le cose a posto. «Il cattivo tenente – Ultima chiamata New Orleans» (questo il titolo italiano, uscita 11 settembre) è un poliziesco malato, una versione dark e lisergica di NYPD, girato montato e musicato come un qualsiasi blockbuster americano ma con una fotografia fredda e sporca e un gusto sfacciato per l’eccesso che denunciano un vero autore dietro la macchina da presa.
Voto a «Il cattivo tenente»: 7
Davanti alla stampa, Eva Mendes ripete «amo Italia», con una vocetta nasale che le toglie la metà del suo fascino (ne ha comunque a sufficienza per dissiparlo come crede). Dice che ha accettato il film innanzitutto perché lo dirigeva Herzog, e che lei una droga ce l’ha, si chiama «amore» (lo dice, lo grida quasi, in italiano). Di fronte alla mondanità e ai flash, Cage reagisce invece con un malcelato fastidio. «Non mi interessa il red carpet», ci ha detto prima della proiezione ufficiale, «mi innervosisce. Non mi piacciono la vanità e l’esibizionismo del divo, è la parte del mio mestiere che mi dà problemi. Col tempo sono diventato più meditativo: ancora dieci-quindici anni di cinema e poi, chissà, magari mi metto a sedere e mi dò alla contemplazione». Poi la sera, il miracolo: dopo il tappeto rosso sorregge Eva Mendes che stava incespicando nel suo vestitone nero, poi accorre a salutare una fan che lo invocava da una sedia a rotelle. Subito dopo, concede un’incursione sul Prometej ancorato davanti a Venezia, al party organizzato da Alberta Ferretti in onore del film. Cage arriva insieme a Herzog ma rimane giusto un quarto d’ora, il tempo di farsi abbagliare dai flash e di prendere qualcosa da bere: però c’è, ha mantenuto la promessa, e arricchito una dozzina di fotografi. Domani ripartirà con la coscienza pulita. Un’ora dopo arriva Eva Mendes, che ha messo un vestito verde e stavolta si prodiga lei a proteggere un’invitata che stava per essere travolta da una telecamera. Anche la Mendes rimane un quarto d’ora, mentre l’ex rompighiaccio della stilista accoglie a bordo Donatella Finocchiaro con i capelli corti, Beppe Fiorello con la barba lunga, Maria Grazia Cucinotta in un sicilianissimo abito nero, Alba Parietti che lancia languidi sorrisi, Marta Marzotto ed Enrico Lucherini che compongono dei microsalotti in punti diversi della nave. E poi Elena Bouryka, Serena Dandini, Pappi Corsicato, Bianca Brandolini d’Adda senza Lapo ma con la sorella Coco. La superstar è Paris Hilton, inguainata in un abitino a sirena di seta e strass: ha fatto il red carpet anche lei, e a bordo dà il buon esempio trascinando i più giovani a ballare insieme a Doug Reinhardt. I soliti cacciatori di vip si dispongono a un metro di distanza per farsi scattare un foto al telefonino con l’ereditiera sullo sfondo. Alcune invitate accolgono con sconcerto la notizia che per salire devono lasciare a terra le scarpe (verranno conservate e sorvegliate da alcuni addetti): la tradizione marinara vorrebbe così, ma Briatore alla festa della sera prima aveva concesso le scarpe a bordo proteggendo il tek con una moquette messa per l’occasione. Quando inevitabilmente si rompe qualche bicchiere, un paio di invitati maschi intimano poco cavallerescamente alle due colpevoli di raccogliere i cocci da terra per evitare effetti splatter. Musica dub, poi si passa a Michael Jackson. I marinai hanno continuato a portare bottiglie di Moet & Chandon e di Bellini fino alle tre.
Intanto Venezia è rimasta incantata dal sardonico «Lourdes», curiosissimo film franco-austriaco, sui luoghi veri dell’apparizione mariana. Inizia come un documentario sul luoghi di pellegrinaggio e prosegue come un film-inchiesta, con le code di malati che vengono istruiti, trasportati, vestiti e nutriti, e poi messi in fila per la visita alle grotte, le abluzioni alle piscine, la benedizione durante la messa. A poco a poco la regia dell’austriaca Jessica Hausner si concentra sempre di più su Sylvie Testud, costretta su una sedia a rotelle, su Léa Seydoux, infermierina attratta dai volontari maschi, e sulla madre superiora Elina Löwensohn, che sovrintende rigidamente all’espletamento delle regole (la regista ha dichiarato beffarda di essersi ispirata a tre personaggi di «Heidi»). Poi accade un prodigio, e l’attesa generale lascia il posto a interrogativi esistenziali, dubbi teologici e umanissime invidie. Sarà davvero un miracolo? La regista gioca con i silenzi e le allusioni, e sfiora con un umorismo grottesco il grande problema del silenzio di Dio. Finale a rischio surreale, con una liberatoria «Felicità» di Albano-Romina cantata in italiano da malati e volontari. Chissà quanto saranno contente le autorità ecclesiastiche che hanno concesso l’uso dei luoghi per il film: eppure, malgrado qualche tentazionedi scherno (e una irresistibile barzelletta ai limiti del blasfemo), non c’è dubbio che il film stimoli moltissimo la riflessione sulla presenza di un essere superiore, e su come porsi nei suoi confronti. Il film è stato molto applaudito e le repliche successive sono state molto affollate. Alla seconda o terza, la proiezione si è interrotta e i sottotitoli sono saltati (un’altra volta? sì, un’altra volta): nuove scuse della Mostra agli accreditati.
Voto a «Lourdes»: 7 e 1/2